La necessità di ricostruire la memoria del nostro passato: “Il Barone contro” di Raffaele Vescera

Inauguriamo una nuova rubrica, curata da Pasquale Braschi, poeta scrittore di racconti storici e legati alla tradizione locale, dedicata alla recensione di libri, descrizione di appuntamenti culturali e suggerimenti di nuove opportunità di lavoro per i giovani che voglio investire nel loro futuro.

Nato nel 1970, laureato in Lettere presso l’Università degli Studi di Bari Dal 1990 partecipa a concorsi letterari a livello nazionale e internazionale; ha ottenuto diversi riconoscimenti, tra cui: attestato di merito, sezione Narrativa, con la segnalazione della Giuria per alti meriti artistici nell’ambito del Premio Internazionale “Arpi” (2000, Foggia), Premio Letterario “Nicola Zingarelli” (2004, Cerignola) e primo posto per il concorso artistico “Salvate il libro” (2006, promosso dalla Centrale del Libro di Prato).
Dal 2001 è socio dipendente della Informa Scarl di Bari, per la quale svolge l’attività di consulente di orientamento presso il Centro Informa di Cerignola.

Tra le sue pubblicazioni, ricordiamo il racconto storico “Il segreto della Torre” e  “Per un pugno di libri. Storia della Cooperativa La Ricostruente”.


il barone contro

“Ci sono fatti che non conosci, figlio mio, a raccontarle oggi si passa per pazzi. Cose che anche io non sapevo” (pag. 18), con questa dichiarazione – nel prologo del romanzo – Don Felicino Lombardo, quinto barone di San Chirico, inizia a raccontare le vicende familiari intessute di storia non solo al suo secondogenito Carlo ma a tutti i lettori di questo libro. Un libro che nasce dalla necessità (dovere civile e morale, oltre che intellettuale) di ricostruire la memoria del nostro passato attraverso l’altra Storia, quella mai raccontata dai libri scolastici, e che spinge Raffaele Vescera, giornalista e scrittore, a rovistare tra le carte scomode che raccontano la Storia dalla parte dei vinti. Dalla scelta meticolosa dei documenti nasce il romanzo storico “Il barone contro. Don Felice e gli altri Signori di San Chirico tra Borbone e Savoia” (Magenes, 2014, 306 pagine, € 16.00), un romanzo che, in realtà, racconta l’altra verità sull’Unità malfatta del nostro Paese, per dirla con Pino Aprile, autore della prefazione. 

Ed è proprio la voce di Don Felicino a introdurre il racconto appassionato che vede protagonista soprattutto la sua famiglia e che, allo stesso tempo, getta nuova luce su punti oscuri di un’Italia non del tutto conosciuta, ricca di inganni, accordi, tradimenti e stragi.
Protagonista principale è Don Felice Lombardo, quarto barone di San Chirico, “che sposò due donne, la prima per obbligo giovanile e l’altra per passione senile. Sottraendosi alla vita coniugale, trascurò la prima, di sette anni più matura, sgradita ai suoi occhi adolescenti, adorò la seconda, di fine bellezza e di oltre vent’anni più giovane, lasciandole quattro figli” (pag. 14), tre femmine e un maschio, Felice Carmelo, detto Felicino, mai conosciuto in quanto nato dopo la sua morte. Appartenente alla nobiltà illuminata napoletana e noto per le sue idee liberali, Don Felice visse la sua vita avventurosa tra alterne vicende legate anche alla sua carriera di colonnello alla guida dell’Accademia militare della Nunziatella. Seguì strenuamente i contenziosi con le città di Troia e Lucera, le quali continuavano a non voler estinguere i propri debiti per voce dei rispettivi rappresentanti, i sindaci. Se negli anni della sua giovinezza il barone sperimenta dissolutezza sfrenata e desiderio di unificazione del Belpaese, nella vecchiaia si ritrova a fare i conti con il senso di colpa nei confronti della moglie Clorinda e dei suoi figli e la delusione per un’unità che ha le caratteristiche di un’ennesima colonizzazione del Sud Italia.

Le stragi di Casalduni e Pontelandolfo la deportazione dei meridionali nella fortezza piemontese di Fenestrelle (tra i deportati c’è anche Gennaro de Marco, nipote di Don Felice, mai più ritornato né ritrovato), le sperimentazioni pseudo scientifico-sociologiche di Cesare Lombroso, lo sterminio dei briganti sono tutte attività funzionali al progetto di annessione del Regno delle Due Sicilie alla Corona sabauda. Il barone è convinto che “Gli uomini in natura non nascono maligni, ma lo diventano per ambiente e condizione. Forse, per debellare il brigantaggio, bisogna accordare un contratto sociale che dia a tutti la possibilità di vivere una vita dignitosa. Spesso il crimine è figlio dell’ingiustizia” (pag. 63).
Ma il dubbio che maggiormente attraversa le pagine di questo libro è racchiuso in una sola domanda “Può mai esistere un invasore disinteressato e giusto?” (pag. 285).
La consapevolezza che “Tutto stava cambiando e nessuno poteva pensare che le cose restassero come prima se non voleva soccombere” (pag. 47) rafforza la convinzione che “Solo l’Unità d’Italia potrebbe migliorare il nostro carattere servile” (pag. 121).

Un romanzo contemporaneo, quello di Vescera, che si lega sia alla tradizione verista di Giovanni Verga e Luigi Capuana, per l’accuratezza descrittiva degli ambienti e dei personaggi, sia alla narrativa antirisorgimentale di Federico De Roberto, Giuseppe Tomasi di Lampedusa, per l’ideologia su cui si fondano le vicende storiche narrate.
L’Autore si rivela essere un abile narratore che utilizza un linguaggio scorrevole, ironico e acuto al tempo stesso, intriso di termini tipicamente dialettali e modi di dire del Meridione, e sempre attento alla dimensione spazio-temporale. Insomma, un modo di narrare che conquista il cuore dei lettori anche per i suoi momenti romantici (amore per la musica, per la Capitanata, per Napoli).
“Il barone contro”, proprio per la sua natura e connotazione di romanzo “storico”, è un invito a riflettere sull’alternativa (l’altra Italia, per intenderci) stimolando il senso critico di ciascuno, in particolare dei giovani, ai quali sembrano essere affidate le parole con cui il Marchese De Rosa conclude la sua conversazione con Don Felicino “Prepariamoci a lotte più grandi, se vogliamo salvarci. Il cambiamento è un percorso a ostacoli, pieno di buche, trappole, serpenti velenosi e uccelli rapaci. La liberazione del Mezzogiorno passerà attraverso il buio della mezzanotte. In quanto a me, ormai non posso fare più niente. Spetta a voi giovani trovare un rimedio ai nostri errori” (pag. 286).

Recensione di Pasquale Braschi

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