Per un pugno di libri: la recensione de “Il solco dei Guarniello”

Il fascino della nostra Magna Capitana in un romanzo

Recensione di Pasquale Braschi

Il solco dei GuarnielloIl solco dei Guarniello (Edizioni del Rosone, 2013, € 16.00) di Michele Mansolillo è un romanzo che narra le vicende di una famiglia della provincia di Foggia attraverso tre generazioni.

Il romanzo può essere suddiviso in tre parti: la prima introduce la dimensione spazio-temporale (Panni, giugno 1813) nella quale prendono vita i capostipiti della famiglia, Ciriaco Guarniello e Filomena Procaccini; la seconda tratta brevemente le vicende dei cinque figli della coppia e la loro vita a Carapelle; la terza, la più corposa, ruota intorno alla figura dell’unico erede della famiglia, il giovane Ciriaco, figlio di Clemente e Maria Cristina, soprannominato “Rifolo di vento”. Quest’ultimo, come il soprannome suggerisce, porterà una ventata di novità nella famiglia e nel suo paese natale, sia nel bene che nel male.

Ciriaco Guarniello è il protagonista principale dal quale tutto ha inizio, è un lavoratore instancabile, forte e onesto e “Chi è onesto ama la terra e chi ama la terra sa strappare da essa tutte le ricchezze.” – (pag. 53). Ciriaco pensa che la vita sia regolata e gestita dalla fortuna. Filomena, moglie fedele e amorevole, crede nel ruolo fondamentale di Dio e ripete a se stessa una frase della predica di don Emidio che dice: “Solo gli animali nascono, crescono, muoiono e finiscono, noi invece non moriamo mai. Noi abbiamo un’anima che è il soffio di Dio. Essa si manifesta nella vita e nella morte.” – (pag. 15).

Entrambi, pur nell’accettazione stoica del proprio destino e strettamente legati alle tradizioni, aprono la porta alla speranza, ciascuno a suo modo: Ciriaco si affida alla Fortuna e Filomena alla Provvidenza. Nonostante conducano un’esistenza di stenti, essi non provano né invidia né gelosia nei confronti dei più ricchi, anzi sperano di potersi elevare economicamente con onestà e sacrificio, consapevoli che “Al mondo ci devono essere i ricchi e i poveri, perché Dio così l’ha creato. E’ una legge scritta dal Padre Eterno.”- (pag. 19).

Questa loro speranza non sarà delusa. Accade tutto all’improvviso, un giorno, quando Filomena nota un uomo insanguinato steso sui campi. Lo crede morto, ma Ciriaco si accorge che in quel corpo ferito vi è ancora un anelito di vita. Il moribondo viene condotto a casa dei Guarniello, dove viene curato e salvato da morte certa. Dopo la guarigione l’uomo, pieno di riconoscenza per l’aiuto ricevuto, dichiara di essere Carlo Larovere di Trani, consigliere presso la Suprema Corte di Giustizia di Napoli, e promette di ritornare per sdebitarsi. Passano i giorni ma Carlo mantiene la sua promessa: “Non sono venuto prima perché si doveva liberare il Regno da gente senza Dio. Avrebbero distrutto come paglia al fuoco la nostra religione, la nostra storia, le nostre leggi e avrebbero cacciato il nostro re e venduto la nostra patria agli stranieri. Ora, con l’aiuto del Signore, è tutto passato e la pace è tornata in ogni casa del Regno.” (p. 51).

Questi dichiara di essere proprietario di 2000 versure di terra tra i fiumi Carapelle e Cervaro e di volerne donare una parte cospicua a patto che Ciriaco si sottoponga ad una prova di coraggio: tracciare un solco lungo 20 miglia, dalla masseria Catenaccio, sotto Deliceto, alla masseria Santa Chiara, sul tratturo regio che da Foggia conduce a Cerignola. Ciriaco traccia il solco in un solo giorno di duro lavoro e, conquistando finalmente la tanto agognata ricchezza, decide di far costruire la sua nuova dimora a Carapelle, città fondata trent’anni prima da Ferdinando IV di Borbone.

L’intreccio del romanzo, che ha per protagonista l’erede dei Guarniello, si svolge tra il 1860 e il 1862, negli anni cruciali che vedono lo sbarco dei Mille in Sicilia e l’organizzazione del nuovo Regno d’Italia. Innamoratosi di Mildred Massinger, il giovane Ciriaco sarà trascinato in una vicenda di spionaggio britannico ai danni del Regno delle Due Sicilie.

Il solco dei Guarniello, pur essendo un’opera letteraria del XXI secolo, si lega sia alla tradizione verista, per l’accuratezza descrittiva degli ambienti e dei personaggi, sia alla narrativa antirisorgimentale, per l’ideologia su cui si fondano le vicende storiche. Anche la lingua pare influenzata da uno stile tutto ottocentesco. L’autore, infatti, crea neologismi ad uso e consumo di questo racconto italianizzando alcuni termini e modi di dire presi in prestito dal dialetto.

Come un abile cantastorie, Michele Mansolillo seduce il lettore – nel senso latino del verbo “se ducere, condurre a sé” – e lo trascina per mano nelle pagine del libro, intrise di una poesia che è tutta nostra, della nostra Magna Capitana.

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