Per un pugno di libri… La recensione di “Scomparire”

Scomparire, romanzo breve di Claudio Marinaccio


La disperata ricerca di un sé

Recensione di Pasquale Braschi

ScomparireSi dice spesso che i libri siano la medicina dell’anima e della mente. Ebbene, come una medicina, Scomparire, romanzo breve di Claudio Marinaccio (Cicorivolta Edizioni, 94 pagine, € 12,00), mette in guardia il lettore con un singolare e curioso bugiardino intitolato “Prima della lettura”. Vere e proprie istruzioni per l’uso di questo libro che si fa spazio nella letteratura del terzo millennio, dominato dagli stili della scrittura 2.0. Scomparire è un’opera narrativa corale i cui personaggi, legati casualmente al protagonista principale, l’obeso, raccontano in prima persona le proprie vicende alternando manifestazioni nichiliste (depressione, disperazione, mania suicida etc.) e riflessioni filosofiche (su vita, morte, amore, lavoro etc.).

I personaggi non hanno un nome, ad eccezione del dietologo, e l’identità è esplicitata dal loro essere in quanto persone, anonime tra le tante migliaia di persone, “Uno, nessuno e centomila” direbbe Luigi Pirandello. Un espediente letterario che consente al lettore di identificarle con amici, parenti, conoscenti, colleghi di lavoro e con sé stessi. Una realtà sociale che, seppure di finzione, imita il vivere quotidiano di ciascuno di noi: dal fotomodello della pubblicità al dietologo, dalla ragazza dai capelli rossi alla nuova Afrodite. Diversi tra loro ma uniti da un filo conduttore, “L’umiliazione e la tristezza più grande è quella di non esserci, che la gente intorno a te non ti calcoli, come se tu fossi un filo d’aria che passa senza lasciare traccia” (pag. 32).

Il lavoro di redazione e la solitudine sono gli spazi entro i quali prendono forma le riflessioni autodistruttive del protagonista: “Ero annoiato dal ripetersi della vita” (pag. 55) e il pensiero del suicidio diventa sempre più ossessivo “Solo perché non ero un uomo copertina” (pag. 32). Una noia, però, destinata a dileguarsi grazie al fascino plasmante di una pubblicità che sconvolgerà la sua quotidianità: “Quel cartello pubblicitario era il simbolo dei nostri tempi, la ricerca della perfezione fisica. Apparire più che essere (…) decisi di essere il nuovo messia, un Buddha con addominali scolpiti” (pag. 19).

Dimagrire diventerà così l’alternativa al suicidio, mentre la dieta e la liposuzione contribuiranno a trasformare l’uomo in ciò che finirà per non accettare: “Odio quello che prima amavo” (pag. 35).

La sua disperazione è soltanto una ribellione dimostrativa – una voce tra la folla distratta dall’omologazione, dalla competizione, dai mass media – dettata dal desiderio di libertà e di immortalità: “Io non sono diverso dagli altri, voglio non morire, voglio che il mio nome sia eterno: il mio desiderio è che (…) mi associno a qualcosa, anche terribile se necessario” (pag. 64). E qualcosa di terribile accadrà, proprio come desiderato dal protagonista.

Per dirla con lo scrittore francese Bernard Friot “La morte, il momento in cui la vita è in bilico, è ancora vita. Tutti i modi di morire sono modi di vivere. Dolci, spaventosi, tranquilli o indecenti, violenti, crudeli o indifferenti. Per essere curiosi della morte come tu sei curioso, bisogna credere alla vita. Penso anche: per darsi la morte, bisogna essere delusi dalla vita. Per essere delusi dalla vita, bisogna sperare qualcosa. Come volevasi dimostrare”.

I personaggi di Scomparire ricordano quelli della narrativa americana, dai disadattati di Charles Bukowski agli inquietanti di Chuck Palahniuk: una vera e propria miscela esplosiva che contribuisce a formare e a definire lo stile di Claudio Marinaccio.

Attento alla descrizione minuziosa dei particolari l’Autore è spettatore delle azioni delle sue creature turbate dalla disperata ricerca di un sé, le osserva con distacco professionale e mai interviene, come Deus ex Machina, nelle loro scelte.

Nel romanzo non mancano i richiami a fatti di cronaca, precisamente agli attacchi terroristici del 1974, 2001 e 2004, sottratti all’oblio e resi funzionali alla trama. Insomma, Marinaccio dimostra di saper raccontare storie con un linguaggio fluido e appassionato, intriso di ironia e di autocritica, con riferimenti alla mitologia classica e al sentimento panico della natura a cui è affidato anche un finale sorprendente e niente affatto scontato.

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